Magnus Carlsen e i valori dello sport

Il GM norvegese Magnus Carlsen

Stavo leggendo un’intervista pubblicata nel mese di novembre 2011 sulla rivista Torre e Cavallo,  fatta al numero 1 del mondo, il diciassettenne GM norvegese Magnus Carlsen.  Secondo Carlsen,  in Norvegia esistono valori che in altri paesi occidentali  non vengono tenuti in alcuna considerazione; infatti, ad una precisa domanda  fatta dall’intervistatrice su cosa intende per valori, il GM norvegese risponde: ” A cose semplici come comportarsi con decenza, essere educati, non vantarsi troppo, non barare. Questi sono i valori più apprezzati in Norvegia e forse non così tanto in nazioni come la Spagna o l’Italia che ha una lunga tradizione di imbrogli.”

E quando si parla di nazioni occidentali quali gli Stati Uniti o l’Italia, Magnus risponde: Noi norvegesi non consideriamo l’Italia né una nazione occidentale, né una nazione civile.

Dure le parole del giovane GM norvegese che il sottoscritto non trova affatto condivisibili  per un semplice motivo: anche in Italia c’è chi crede ai valori citati da Carlsen.

5 thoughts on “Magnus Carlsen e i valori dello sport

  1. Caro Jazz, posto che comunque oggi e non da oggi nazioni come la Norvegia sono in generale più civili dell’Italia, ritengo che i giudizi di Carlsen non derivino solo dalla constatazione oggettiva di tale differenza; ma, temo, anche da una mentaità assai radicata nei Paesi di cultura germanica da secoli, per non dire da millenni, nei confronti dei Paesi di cultura latina, in primis l’Italia. In proposito, ormai più di trent’anni fa, lo storico russo Léon Poliakov, grande studioso dei processi storico-sociali generativi del razzismo, ne “Il mito ariano” faceva rilevare questo: il sentimento di inferiorità e di invidia dei Germani nei confronti dei Romani, a cagione della prevalente superiorità militare*, delle condizioni di benessere economico e della magniloquenza delle espressioni artistiche di questi ultimi rispetto ai primi, generò nel tempo, presso quelle tribù del Nord, in primis un sentimento che chiamerei “risarcitorio”, ossia di ostilità, disprezzo e superiorità nei confronti degli opposti valori e princìpi dei loro avversari: nello specifico, del posto che questi ultimi accordavano alle leges in campo sociale rispetto alle arma; della loro ormai consolidata unità statuale (non “nazionale”, vedi in proposito A.Giardina, “L’IItalia romana. Storie di un’identità incompiuta”, Laterza), a fronte della divisione, in tribù più o meno grandi, dei Germani ; e del fatto che i Romani privilegiavano nella tattica militare la disciplina dei soldati rispetto all’eroismo, ai gesti temerari dei singoli combattenti, come invece avveniva presso i Germani. Costoro iniziarono quindi, a causa dei motivi suesposti, a dipingere i Romani come popolo “molle”, effeminato, privo di coraggio, eccetera. Più tardi, agli esordi del Medioevo, per tentare di eguagliare e, se, possibile, superare quello che era ormai divenuto il mito della “grande Roma”, i Germani – i Franchi, in particolare – sulla scorta dell’opera di Tacito a loro dedicata, o della loro religione, o addirittura della Bibbia (!), inventarono per la loro etnìa tutta una serie di antenati comuni: che potessero quindi reggere il confronto, prima ancora che con la passata grandezza militare ed economica di Roma, con le sue mitiche origini, quelle legate ad Enea e al ciclo troiano. Da qui al mito ariano, ben più antico della Germania nazista, e al probabile trapassare di questa forma mentis anche in aree più periferiche e “culturalmente arretrate” del mondo germanico, come quella scandinava, il passo è breve. La lotta sanguinosa tra ortodossìa cattolica radicata nei Paesi di cultura latina, e protestantesimo luterano, soprattutto, nonché calvinista, prevalsi appunto in area germanica, diede ulteriore impulso, nel frattempo, alla dinamica culturale testè descritta. Una riprova concreta e recente di quanto detto? Sino a pochi decenni fa, in Germania, per indicare gli abitanti di Italia e Francia si usava il termine dispregiativo “Welschen”, derivato dal nome della tribù celtica dei Volcae: l’equivalente tedesco del nostro becero “terroni”, insomma.
    Per concludere, niente di strano, quindi, che la ben sedimentata forma mentis di cui sopra – certo ben corroborata da tutti gli scandali e ruberie di cui il nostro Paese ha fatto ampio sfoggio negli ultimi anni – possa in qualche modo continuare ad operare, sia pure come lontano retroterra culturale, nei Paesi di cui si è parlato: anche nella mente e per bocca di un adolescente qual è Magnus Carlsen.

    * Eccezion fatta, ovviamnte, per le schiaccianti di vittorie di Cimbri, Teutoni e IAmbroni sulle legioni romane prima dell’intervento decisivo e provvidenziale di Caio Mario, e della disfatta di Teutoburggo ad opera di Arminio e dei suoi Cherusci: dovuta peraltro ad un tradimento di quel personaggio verso i Romani e all’imboscata letale ch’egli organizzò ai loro danni.

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  2. Errata corrige: “mentalità” ; “accordavano in campo sociale alle leges rispetto alle arma” ; “L’Italia” ; “Ambroni”.

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  3. Caro Thorgen,

    c’è del vero quando dici che il giudizio sprezzante di Carlsen sia in parte ricondicibile alla tua riflessione, riguardante lo storico disprezzo che hanno le popolazioni germaniche nei confronti di quelle latine; c’è da dire, però che il giovane GM mi è sembrato troppo schematico e un po’ approssimativo nei suoi giudizi. Credo che la sua interpretazione derivi da tanti fattori: se si esclude la pessima qualità della nostra classe dirigente, l’italiano medio all’estero è visto come un furbastro opportunista, privo di scrupoli perché cerca sempre di ottenere piccoli vantaggi personali, perché non rispetta le regole morali della comunità che lo ospita. Tempo fa, mi hanno raccontato un episodio che potrebbe essere paradigmatico sul comportamento tipico dell’ italiano medio quando si trova all’estero: un italiano che si trovava all’estero, spiegò ad un barista locale come doveva fare un espresso all’italiana, il barista lo assecondò e quando servì il cliente gli fu chiesto uno sconto, perché, oltre al caffé, il cliente aveva consumato un lauto pasto: la risposta fu: ” Ahi, ahi, ahi. Italiano…”🙂

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  4. Beh, al riguardo posso dirti che nel Medioevo, quando alle fiere della Champagne o di altre zone della Francia arrivavano i mercanti italiani, si diceva: “Sono arrivati i Milanesi!”: indicando con quell’etnonimo, in senso dispregiativo, gli Italiani in generale, visti appunto come proverbiali imbroglioni. Per come la vedo io, comunque, e in pieno accordo con te, il sig. Carlsen ha ragione fino a un certo punto; e, per dirla tutta, non so i Norvegesi, ma, senza andar lontano, gli Svedesi hanno ben poco di cui vantarsi rispetto a noi, basti solo dire che: 1) sino al 1975 la loro legislazione prevedeva, in nome dell’eugenetica, la sterilizzazione forzata di disabili, alcolizzati e altri considerati “reietti della società” * ; 2) nelle statistiche ufficiali europee di alcuni anni fa gli svedesi erano i primi, insieme agli inglesi, per maltrattamenti ai bambini entro le mura domestiche ; 3) lo sport preferito di diverse bande giovanili di Stoccolma, non tutte di delinquenti abituali, era anni fa la “caccia al turco”: ossia, com’è facile intuire, la ricerca per le strade della città di immigrati turchi per bastonarli a sangue ; 4) da un’inchiesta, condotta a suo tempo da un giornalista norvegese, risultò che i vicini svedesi avevano la poco simpatica abitudine di scaricare le scorie radioattive delle loro centrali nucleari nei fiordi della Norvegia. Quindi per quanto mi riguarda i “civilissimi” Svedesi, evidentemente ancora con le corna dei Vichinghi in testa, possono andare bellamente a f.

    *Vedi in proposito Piero Simeone Colla, “Per la nazione e per la razza. Cittadini ed esclusi nel “modello svedese” “, Carocci, 2000.

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  5. Sapevo che gli svedesi non amavano i loro vicini ( sembra che considerino i danesi “terroni”), mentre non ero a conoscenza del fatto che all’interno delle famiglie svedesi vi fosse un numero così elevato di maltrattamenti e di violenza familiare. Contraddizioni impressionanti che non avrei mai pensato che esistessero all’interno di una società considerata “aperta” come quella svedese.
    In fondo anche noi abbiamo sviluppato degli stereotipi sulle società del nord Europa. al punto da mitizzarne certi aspetti soprattutto per un paese represso e bigotto come il nostro, riguardo i costumi sessuali e lo stile di vita.

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