I Rocco Spatu del web

“Ma il primo di tutti a cominciar la sua giornata è stato Rocco Spatu.”

Giovanni Verga, I Malavoglia, Capitolo XV

Ma se chiedete a un tedesco di citare un verista* di fine ottocento, probabilmente nominerà Zola, ma mai e poi mai Verga.

* Sic!

33 thoughts on “I Rocco Spatu del web

    1. Singhiozzo? Se avessi avuto il singhiozzo avrei dovuto scrivere hic, non sic!
      A parte le battute solo lei è stato capace, causa sua notoria superficialità, confondere il naturalismo francese con il verismo italiano di cui quest’ultimo prende alcuni spunti tipo l’impersonalità della narrazione, ma i temi, gli ambienti e gli stili sono completamente diversi tra gli autori francesi e quelli italiani.

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      1. Bravo il sig.Train wikipediante. Peccato che, per non farsi beccare a copincollare, lei ci metta del suo, facendo inevitabili confusioni con le relative. Risulta così che il verismo prende spunti da se stesso. Un verismo masturbatorio, insomma. Non sorprende da lei, sig.Train, non sorprende.

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      2. Non commento le sue volgarità, Mr. Erasmo, qualità che la qualifica ancora una volta per la sua grossolana cafoneria.
        Le ho detto e le ripeto, anche se fa finta di non capire per la sua trista malafede, che lei confonde il naturalismo francese e il verismo italiano.
        Questi, pur essendo movimenti letterari simili (simile non significa uguale), appartengono a due movimenti che prendono strade diverse, per stile, argomenti, etc..
        Tra l’altro il verismo è un fenomeno che nasce in una realtà ben precisa del nostro paese, non è un fenomeno letterario nazionale: per esempio nella sua regione che ha avuto un glorioso passato nel XVIII secolo, si pensi a Goldoni con la sua riforma del teatro, al Foscolo testimone della fine di una gloriosa Repubblica (si pensi all’incipit delle Ultime lettere di Jacopo Ortis), nel secolo successivo c’è il caso isolato di Ippolito Nievo e del suo splendido romanzo intitolato Le Confessioni di un ottuagenario.

        Il Veneto non produce più grandi personalità letterarie ed è completamente al di fuori del dibattito culturale del tempo, mentre la Sicilia con Capuana, Verga, De Roberto, per non parlare poi di Pirandello, la cui dimensione culturale va oltre la sua formazione regionale, ha una produzione letteraria di altissima qualità. Il Veneto, invece, è in crisi, non a caso lo scrittore più rappresentativo è il cattolico modernista Fogazzaro, scrittore che non raggiunge i livelli dei grandi narratori veristi né dei suoi grandi conterranei come Goldoni, Foscolo e Nievo.

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      3. Sono costretto a essere severo, sig.Train, in qualità di suo precettore aggiunto. Lei non è in grado di copincollare brani da testi diversi, mettendoli insieme con un minimo di attendibilità. Se lo fa, si espone al ludibrio dei possessori di licenza elementare. La devo informare, nella fattispecie, che lei ha preso Goldoni per un autore della fine del secolo XIX. So che non l’ha fatto apposta, perché lei non conosce nessuno degli autori che ha citato. Ma rimane il fatto: il sig.Goldoni defunse nel 1793, cioè 47 anni prima che Verga nascesse. Altra castroneria al cubo: il verismo nacque e si sviluppò a Milano, sig.Train. Pertanto, la sua contrapposizione tra Veneto e Sicilia, già di per sé stolidamente campanilistica, non ha fondamento.
        Come la esortava il suo Precettore principale: studia Train, studia. E giù nerbate.
        Ma mai abbastanza

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      4. Ma Mr. Erasmo, lei non legge quello che ho scritto. Le cito ancora una volta il passo: per esempio nella sua regione che ha avuto un glorioso passato nel XVIII secolo, si pensi a Goldoni con la sua riforma del teatro, al Foscolo testimone della fine di una gloriosa Repubblica (si pensi all’incipit delle Ultime lettere di Jacopo Ortis),

        XVIII secolo, cosa c’entra Goldoni con il XIX secolo? Da dove ha dedotto che io abbia collocato Goldoni nel XIX secolo? Era forse ubriaco quando ha letto il mio commento, Signor Erasmo?

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  1. Myollnir: “Pirandello, Nobel per una volta meritatissimo, ma nessun altro in grado di varcare i confini (velo pietoso su Dario Fo). “

    E’ bello leggere fesserie di personaggi che scrivono senza avere cognizione di causa mostrando le terga al vento, frutto della loro ignoranza: al contrario, Dario Fo è un classico esempio di nemo propheta acceptus est in patria. E’ considerato l’erede del Ruzante, è tradotto in tutta Europa ed è apprezzatissimo all’estero, non a caso ha vinto il Nobel per la letteratura. In Italia, paese di benpensanti, è disprezzato ma non letto, perché è un autore scomodo.

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  2. Ho letto, laggiù, l’affaticato sfoggio di quel tale, ossia le sudate carte, ove il tempo suo ultimo e di lui si spendea la miglior parte. Porello, come dev’esserne stracco!
    .
    Per chi, poi, tanto sisifeo, stitico ed invalidante spremersi? Per un pubblico oltremodo striminzito, fatto – parrebbe di poterne ricavare – di un asino e un paio di topi, in realtà unici autentici destinatari del preteso dotto pippone, oltre che delle poche, secondarie blatte amiche, consuete e naturali frequentatrici di quel sordido anfratto, le quali tanto amorevolmente e sollecitamente han voluto replicargli e lisciargli, per il verso giusto, la groppa dolente, incurvatasi a dismisura sulle sudate di cui sopra, e la barbozza gonfia e tronfia di tanto elargire.

    Appunto l’affollarsi dei ceffi attorno al suo post e lo scomposto vociare topgonzico che ne fluisce mi hanno evocato una scena del mitico “Brutti, sporchi e cattivi” di Scola. Mi riferisco a quella in cui alcuni miserandi abitanti dell’orrida baraccopoli di Valle Aurelia cercano si risollevare minimamente l’infima loro condizione umana partecipando al coro della locale osteria, all’uopo nobilitata ed elevata a circolo fillodrammatico/armonico proletario, per così dire. A dirigerli è l’oste, tipaccio a dir poco brutale, che li trascina da par suo lungo le vette musicali nientemeno che del Nabucco. A tarda sera, uno degli allievi (uno della famiglia di Giacinto) se ne torna poi alla sua baracca tribale, naturalmente ubriaco fradicio, nondimeno dissertando con un altro ubriaco in merito alle frasi musicali più significative del coro, e, una volta giuntovi, prima di coricarsi in quell’indicibile promiscuità, non manca di inchiappettarsi fugacemente Iside (Isida), cioè l’amante del patriarca, new entry della tribù, approfittando del fatto che Giacinto dorme della grossa. Bè, sì, insomma, a me sembra proprio che quello stesso medesimo tenore caratterizzi anche la “dotta” discussione topgonzica.

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    1. Ma quale dotta discussione, lì si leggono solo banalità da parte di uno che è convinto che la migliore letteratura italiana l’abbia scritta Natalino Sapegno negli anni 50 e da altri che non hanno né arte e né parte che parlano di letteratura alla stregua di ex studenti che si sono formati su vetuste antologie scolastiche.
      Questi sono dei veri e propri Rocco Spatu: fannulloni che bighellonano tutto il giorno sul web e che trascorrono le loro inutili giornate scrivendo minchionerie a destra e a manca. Costoro, sfidando con sommo sprezzo il senso del ridicolo, sono capaci di prendersi tremendamente sul serio quando scrivono post pseudoculturali il cui scopo serve soltanto a gratificare il loro folle narcisismo quando tentano di spacciare per cultura quello che si chiama in realtà erudizione da quattro soldi. Figuriamoci se sono in grado di leggere e di capire autori come De Roberto, Deledda e se sono capaci d’interpretare un’opera a loro sconosciuta come Il Principe Fulvo scritta da uno dei maggiori italianisti viventi, opera che non poteva essere scritta da quella macchietta da liceo genovese che non è degno nemmeno di lustrare le scarpe all’autore.

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    2. “Dotta” era appunto fra virgolette, Jazztrain.

      Il fenomenuncolo dei topgonzi, fra innumerevoli e tutte più importanti manifestazioni, è frutto dello sgarbismo che ha oltremodo caratterizzato tutto l’ultimo trentennio. Cioè di quell’andazzo che in origine (gli anni ’80 dell’edonismo d’accatto reagan-thatcheriano) si affermò soprattutto in ragione della necessità, da parte di torme di macellari & simili arricchiti, di mettersi in casa cassapanche rinascimentali e quadri d’autore. Agli inizi, grazie anche a TV, giornali, ecc., un numero vieppiù crescente di arronzatori si autopromosero esperti d’arte e di storia coi controcazzi ricorrendo meramente alla spocchia più crassa e intimidatoria possibile, volta a distrarre l’ascoltatore dall’assurdità delle cazzate sesquipedali che andavano blaterando. Inutile dire che un siffatto atteggiamento, evitava scientemente loro l’enorme fatica e il gran dispendio di tempo necessari ad acquisire cultura autentica, quella che si produce solo con l’applicazione, lo studio e il ragionamento.

      Ma lo sgarbismo era espressione di un ben più vasto fenomeno di volgarizzazione che contagiò e contagia ancora oggi tutti i settori della cultura, dell’economia, della politica, della scienza, ecc., giacché tutti essi risultano permeabili – seppure in grado variabile – a quel genere di impostura e di banalizzazione. Il fenomeno, a tutti i livelli, ha causato (in Italia, ma non solo) l’ignobile e perniciosa moltiplicazione di teste di cazzo aggressive e caciarone che ogni giorno molestano i nostri occhi ed orecchi in ogni contesto possibile (bar, tram, circoli, parrocchie, istituzioni, letture, TV, web, ecc.) e l’allucinante crisi di rappresentanza che soffriamo ormai da parecchi anni, ogni giorno più dura.

      Il post topgonzico sopra citato è un esempio eloquente dell’atteggiamento sgarbico, aggressivo e intimidatorio per il lettore/ascoltatore, come dicevo sopra. Tra i suoi effetti più tipici, qui ben riscontrabile, v’è l’ostilità indotta nelle vittime verso chiunque metta in dubbio l’autorevolezza dell’impostore. Topgonzi e blatte non leggono neanche tutto il pastone che viene loro ammannito, evidentemente, e nonostante ciò inveiscono per partito preso verso chi critica:
      la redazione (di che, poi? ndr), “…. abbiamo ovviamente individuato l’asino, e il primo Topo. Ma il secondo?”.

      Legga bene, legga bene … lì in fondo al giga-pippone, S.ra Redazione, dove sta scritto esattamente:
      “Scusandoci indistintamente e con osservanza, Sticazzi.
      p.s. Topo Gonzo e Topo Olmo, un pippone così frantuma quel famoso vostro sulle malgiette tarmate. Non vogliatemene.”.

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      1. Lei Chiosa come scrive, se mi permette la battuta scherzosa.

        Vorrei far notare che oltre ad uno pseudocrocianesimo d’accatto (differenza tra poeta e versificatore) non c’è nulla di particolarmente rilevante in quell’inutile post.

        Lei sentiva il bisogno di leggere un confronto tra il Baudelaire dei Fiori del Male con il Carducci poeta vate dell’Italia umbertina? E’ soltanto un esercizio fine a se stesso per soddisfare
        l’ esasperato egocentrismo di un ex docente narcisista che vuole avere un pubblico plaudente che penda dalle sue labbra. Non ha importanza chi siano coloro che lo ascoltino se fiancheggiatori o blatte plaudenti come le chiama lei, per lui è importante che qualcuno gli dica bene, bravo, bis e che non lo contesti per le banalità che scrive. Tra l’altro, da quello che scrive, si capisce che non è un italianista e non è uno studioso, ma un erudito prof. di Liceo.

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      2. Va bene, sig.Train: lei è stato criticato in passato per uno scarso uso dei congiuntivi. Ma non deve credere che ci voglia il congiuntivo dappertutto.
        Lei ha invece scoperto di recente che c’è differenza fra colto e erudito, ma adesso non deve esagerare con l’entusiasmo del neofita, perché è sempre meglio un erudito di un ignorante.

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      3. Guardi che non è un complimento, Mr. Erasmo, l’erudito è un pedante e non trasmette amore per la conoscenza. Anzi, gli eruditi sono coloro che si lodano e s’imbrodano a più non posso.

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      4. Infatti, sig.Train, “erudito” non è un complimento. Ma lei non può sperare che “ignorante” sia meglio di “erudito”. Le piacerebbe, ma non è così.

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      5. Dipende dai punti di vista, Mr. Erasmo.
        Strano che lei non sappia che Socrate, colui che è stato considerato dall’oracolo il più sapiente tra tutti gli uomini, si è sempre professato ignorante, che il fondatore del pirronismo ha sempre negato l’esistenza della verità perché è impossibile conoscere (se non si conosce, s’ignora), per non parlare poi di un grandissimo filosofo vissuto nel XV secolo che si chiamava Nicolò Cusano che scrisse un testo che si chiama, guardi un po’, La Dotta Ignoranza.

        Non è detto che essere ignoranti sia un limite, basti averne la consapevolezza e continuare a cercare la verità, mentre lei ed i suoi compari di merende non ne siete consapevoli perché vi spacciate per dotti e quando scrivete di argomenti che conoscete in maniera superficiale prendete tantissime cantonate.

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      6. E’ ormai accertato: il Ministero può assumere anche analfabeti per insegnare nei licei, purché professino la propria ignoranza. Si chiamano “dotti ignoranti”, e prendono lo stipendio come i dotti dotti. Lo stipendio è in euro veri, la cui verità è possibile conoscere, alla faccia del sig.Pirrone.

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      7. Mi complimento per la sua straordinaria fantasia, Mr. Erasmo, perché non fa il romanziere invece di bighellonare come un qualsiasi Rocco Spatu in web?

        Uno come lei dovrebbe avere d’ufficio una laurea honoris causa ed una cattedra all’università per poter insegnare il verbo.

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      8. No, sig.Train. Ce n’è abbastanza di cattedre date a incapaci. E io non merito di insegnare il verbo, se non sono stato capace di insegnare i verbi a lei.

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      9. beh, l’inglese non ho neanche provato a insegnarglielo, sig.Train. Quello che lei ha scritto corrisponde a verità: sogno di non essere il suo precettore. E’ probabile che lei volesse dire una cosa diversa, ma la punteggiatura è importante anche in inglese, e può cambiare il senso di una frase.

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      10. Ci credo, il suo non è un British English, ma un American English imparato in maniera empirica.

        Tra l’altro, gli inglesi per rispondere ironicamente ad uno che vaneggia, utilizzano spesso questa frase idiomatica: In your dreams.

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      11. “… è sempre meglio un erudito di un ignorante.”
        No , piuttosto è sacrosanto affermare l’opposto. Questo Sig. Erasmo si sbaglia di molto. Perché, per quanto difficile gli possa risultare afferrarlo, l’ignoranza appartiene alla categoria delle virtù, mentre l’erudizione è sostanzialmente dote di assai scarso valore, un’imperfezione quasi sempre colposa, più che un difetto (affezione di cui perlopiù non si ha invece responsabilità). Provi a leggersi Pasolini, il Sig. Erasmo, o a rileggerselo, se mai lo avesse letto, così, per darsi un tono in società, e forse riuscirà ad afferrare una briciola di questo concetto.

        “Pare quindi di capire che i due topi sono uno solo. Ringraziamo per la precisazione.
        Prendiamo anche atto che il sig.Topo non mette minimamente in discussione chi sia l’asino. Altro calcio sugli stinchi del povero sig.Train.”
        No, da cosa il Sig Erasmo deduca che “i due topi siano uno solo”, proprio non mi riesce di comprenderlo. Ancor meno afferro chi mai stia reiterando “calci sugli stinchi” di questo “povero sig.Train”. L’asino e i due topi, Sig. Erasmo caro, sono menzionati alla fine e anche in un punto precedente del post del suo eruditissimo vate. Io non se so nulla di più e nulla aggiungo, figurarsi calci per chicchessìa.

        “Già che c’è, saremmo ansiosi di avere una sua opinione anche sui dibattiti gastronomici in corso in questi giorni: nell’amatriciana ci va l’aglio? O la cipolla?”
        Mah, non so se posso avventurarmi nel campo cui lei accenna, Sig. Parsifal. Mi limito ad osservare che la cosa dipenda anche da chi si ha a tavola. Ad esempio, per lei, aggiungerei sempre un bel tocco di merda. Fresca fresca. Nell’amatriciana come negli antipasti, nei secondi, nei contorni, nei dolci, nel caffè, nell’amazzacaffè e nella frutta. A prescindere. Mi pare di intuire che lei ne vada pazzo.

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        1. Chiosa, è buffo quello che sto per dirle: Erasmo è convinto di essere il maggior esperto italiano di Pasolini. E poi si arrabbia se lo considero un mitomane.

          P.S. Lei è troppo duro con quel bigotto di Parsifal.

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      12. Duro? Duro è prendere qualcuno a martellate sugli incisivi. Il mio è puro affetto, semmai.

        “Erasmo è convinto di essere il maggior esperto italiano di Pasolini.”.
        Sì, certo, e io ho scoperto trent’anni fa un metodo semplice ed economicissimo per produrre energia da fusione atomica delle palline nere che i greggi di pecore lasciano dietro di sé brucando i pascoli. Il fatto è che Pasolini o qualunque altro autore puoi nominarlo e rinominarlo, citarlo e ricitarlo, leggerlo e rileggerlo: se non ci capisci un cazzo è tutto inutile, e quello che ne dici è solo lo sfoggio di un misero moralista terrorizzato, come ogni misero moralista, dal giudizio del prossimo nei tuoi confronti.

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      13. P.S.
        Ho sbagliato e mi scuso del congiuntivo inopportuno, subito ravvisato dai topgonzi (stanno lì apposta). Avevo scritto “come la cosa dipenda anche da chi si ha a tavola”, poi ho pensato che era meglio affermare il concetto e ho sostituito “come” con “che”, dimenticando di correggere il “dipenda”.

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      14. Non si preoccupi per il refuso. La ricerca a tutti i costi della svista, fa parte della loro ragion d’essere gettati nel mondo, finalmente costoro possono scatenare la loro inutile pedanteria.
        In realtà, costoro non hanno seri argomenti da contrapporre, si appellano alle minuzie per dire che non sai scrivere, che sei un analfabeta, etc. etc. Cosa c’è da aspettarsi da simili personaggi che non vedono al di la del loro naso?

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      15. Certo, certo.

        ………………………………………………………………..
        Tu regere imperio populos, Romane, memento:
        hae tibi erunt artes, pacisque imponere morem,
        parcere subiectis et debellare superbos.

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